Due giorni con l’ACP France: la mia esperienza all’estero

Ponte Saint Pierre, Tolosa, Francia

Un anno fa ho deciso di trasferirmi in Francia, a Tolosa precisamente, spinta soprattutto dal bisogno personale di vivere con serenità la mia relazione di coppia. Infatti, non so se lo sapete (come scherzosamente usavo dire ad alcuni docenti e colleghi dello IACP), durante gli anni del Quadriennio ho avuto una relazione a distanza con il mio attuale compagno che per lavoro viveva a Tolosa già da tempo.

“Sistemata” la mia vita sentimentale, ho subito iniziato a mettere le basi per il mio lavoro di Psicologa e Psicoterapeuta, non senza paura, ma anche con la speranza che vivere all’estero potesse rappresentare un’opportunità non da poco per la mia crescita e realizzazione professionale.

Pertanto oltre a mettere in moto la macchina burocratica che mi conducesse verso il riconoscimento dei miei titoli italiani (necessario per tutti coloro che vogliono lavorare all’estero, anche in un paese europeo), ho iniziato a crearmi una rete, perché si sa, nel nostro lavoro, dovunque esso sia, restare isolati, significa “farsi fuori” da soli. Il primo passo in questa direzione è stato contattare l’ACP France, un istituto di formazione all’Approccio Centrato sulla Persona e alla Psicoterapia Centrata sul Cliente, indipendente dal nostro IACP e attivo in tutta la Francia. L’ACP per me è una seconda casa e rivolgermi ad un ente che si ispira ai suoi principi mi ha fatto sentire meno “straniera” in una Nazione che ovviamente ha una lingua e una cultura diversa dalla mia.

Tali contatti mi hanno portata a collaborare con un collega Tolosano e all’invito a partecipare, come rappresentante della presenza dell’ACP nel mondo, ad un seminario esperienziale organizzato dall’ACP France alla fine di novembre a Tolosa (ne organizzano regolarmente in tutta la Francia), per permettere alle persone interessate di scoprire l’Approccio.

È proprio di quest’ultima esperienza che vorrei parlarvi, mossa dalla gioia della condivisione e dal senso di soddisfazione per il risultato ottenuto.

Il seminario, dal titolo “l’empathie, ces ponts qui nous relient” (l’empatia, questi ponti che ci connettono), si è svolto in due giorni, con gli iscritti (circa cinquanta) e l’equipe (tre facilitatori, inclusa me), raggruppati in cerchio.

La prima giornata si è aperta con la presentazione di ognuno ed è continuata con lo scambio da parte dei partecipanti di bisogni formativi, di aspettative e di fantasie sul seminario. Nel pomeriggio è seguito uno spazio teorico dedicato ai principi generali dell’Approccio e poi di nuovo uno scambio in gruppo di quanto compreso, con curiosità, bisogni di chiarimento su quanto ascoltato. Il giorno successivo ha visto protagoniste le diadi d’ascolto: ogni partecipante doveva scegliere un compagno e a turno ascoltare in silenzio ciò che l’altro avrebbe deciso di condividere. Il tutto si è concluso con la ricostituzione del gruppo e le considerazioni finali.

In generale posso dire che l’insegnamento dei principi teorici dell’Approccio è il medesimo, anche il linguaggio utilizzato è molto simile al nostro italiano, ma si sa il francese come l’italiano nasce dal latino. Ciò che ho percepito come differente e che avrò ancora modo di verificare, è la modalità di incarnarlo e di applicarlo.

Questa l’esperienza in termini cognitivi, ma ora una domanda sorge spontanea: che senso ha avuto per me? Rogers (1961) diceva “è all’esperienza che debbo volgermi ripetutamente per scoprire man mano la verità che sta progressivamente maturando in me”, ed è esattamente questo che ha significato.

Si è trattato di un’esperienza che mi ha permesso non solo di apprendere ancora, ma anche di risvegliare in me dei valori, diciamo così, “intorpiditi” a causa delle difficoltà che la mia vita all’estero stava incontrando. E cos’è che ha reso la mia esperienza ancora più significativa? le emozioni. Le mie che sono state innumerevoli, ma anche le emozioni dei partecipanti che le hanno liberamente e generosamente condivise con se stessi, con me, con tutti.

Avevo iniziato il seminario in compagnia di due miei vecchi amici: il narcisismo e l’ansia. Infatti avevo passato i giorni antecedenti a prepararmi per il mio intervento (il primo in francese e davanti ad un “pubblico” francese), io unica italiana rappresentante dell’Approccio e della formazione italiana, con tendenze  ossessivo – perfezioniste. Vi lascio immaginare. Ma dopotutto anche se siamo professionisti, per fortuna non smettiamo di essere umani.

Mi sono presentata in maniera autentica, non ho negato le mie imprecisioni linguistiche e non ho cercato di nascondere il mio bell’accento italiano.

Fin da subito insieme a momenti di efficacia, ho iniziato a notare quelli che, ai miei occhi, erano degli errori da parte degli altri due facilitatori. In generale la mia percezione è stata quella di un’assenza di facilitazione o di messa in gioco davanti alla gestione del setting, ai conflitti sorti nel gruppo, alle richieste implicite di un confronto e di chiarimenti teorici. Tutto questo secondo me rischiava, in particolare, di portare i partecipanti, il cui obiettivo era quello di scoprire l’Approccio, a scambiare il concetto di assenza di direttività per assenza di regole, ma anche a interpretare le condizioni di empatia e accettazione come rigide e assolute. Eravamo, a mio parere, nell’ambito che Anna Maria Boano (1991) definirebbe dei malintesi ideologici dell’Approccio Centrato sulla Persona.

Inizialmente bloccata dalla paura di commettere errori di lingua o di essere fraintesa, ho limitato i miei interventi, ma andando avanti, come in un processo di cambiamento, ho risvegliato la fiducia in me stessa e il mio potere personale. Di conseguenza ho iniziato a coprire i buchi di facilitazione che stavo percependo e a contribuire alle spiegazioni teoriche fino ad avere il coraggio di condividere apertamente con il gruppo che dal mio punto di vista, avevo visto degli errori di facilitazione. Infatti quasi al termine delle due giornate di seminario alcuni componenti del gruppo hanno mostrato la loro rabbia e delusione per l’esperienza vissuta che si era rivelata non all’altezza delle loro aspettative. Avevo colto nelle loro emozioni e nelle loro parole che la mia percezione di un possibile fraintendimento dei principi chiave dell’Approccio, non era priva di fondamento.

L’ACP è il mio paradigma di riferimento e in quanto tale fa parte di me, del mio setting interno, per questo, restando in contatto con quanto stava accadendo nel mio mondo interiore, mi sono presa il potere di affermare che in base alle mie esperienze di facilitazione, anch’io, insieme a momenti di efficacia, avevo visto degli errori, chiarendo che con quell’intervento non volevo sottolineare la mia superiorità o la superiorità della mia formazione.

Non nego di essere convinta di aver ricevuto durante gli anni di quadriennio un’ottima formazione, ma come ho aggiunto in quel momento, in quanto essere umano anche a me è capitato di commettere errori, e, fortunatamente capiterà ancora.

I miei colleghi francesi a loro volta, si sono assunti la responsabilità degli errori commessi e questo ha dato modo allo scontro di diventare incontro.

Riguardo la diade d’ascolto, nonostante avessi premesso che il mio ascolto potesse non essere efficace per le differenze linguistiche (ero nuovamente mossa dalla paura di sbagliare), sono stata immediatamente scelta da uno dei partecipanti. L’ascolto è stato così inaspettatamente profondo ed emozionale che mi ha spinta a ri-sentire quanto l’empatia possa essere universale, quanto la sua forza vada al di là del colore della pelle, del sesso, della nazionalità, delle differenze culturali.

L’essermi data fiducia, l’essermi riappropriata del mio potere personale, ma anche l’essere rimasta me stessa, mi ha aiutata a superare le difficoltà e soprattutto a rafforzare la mia identità di professionista. Mi è accaduto quello che accade ai nostri clienti quando, all’interno di una relazione facilitante, si riconoscono come “agenti significanti”.

Inoltre lasciando all’altro la libertà di scegliermi come partner nell’ascolto, non solo non l’ho privato di un’esperienza arricchente, ma non ne ho privato neppure me stessa. Ho ricevuto i complimenti dei colleghi, dello stesso presidente dell’ACP France, richieste di contatto e ora sono maggiormente convinta di poter realizzare la mia professione anche in Francia.

Questo mio contributo non vorrei fosse interpretato come un esercizio di vanità, ma vorrei fungesse da stimolo in particolare per quanti come me, a volte, hanno paura di mettersi in gioco o restano “prigionieri” dei loro costrutti rigidi, verso se stessi e il mondo.

Abbiamo in noi la forza di realizzare ciò che desideriamo, basta solo lasciarsi andare all’esperienza.

 

“L’esperienza è per me la maggiore autorità. (…) Le idee di nessun altro, e nemmeno le mie, hanno tanta autorità quanto la mia esperienza. (…) Né la Bibbia, né i profeti, né Freud, né le ricerche, né le rivelazioni di Dio, né quelle dell’uomo, possono essere messe prima della mia esperienza diretta” (Rogers, 1961).

Foto incalzi

Sabrina Incalzi

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