ACP-E: “Approccio Centrato sulla Persona in Emergenza”

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“Le case crollano, ma noi non crolleremo mai!”
(Spazio Giovani, Nov.2016).

E’ la curiosità che mi ha condotto verso questa nuova esperienza. Si parte! Leggo sui notiziari che, al momento, sono circa 4200 le persone ospitate sulla costa marchigiana e circa 500 quelle al Camping Holiday, una comunità che socialmente, purtroppo, viene chiamata “i terremotati”,“gli sfollati”.  Non so nulla di più e questo mi basta. Provo ad ascoltare altro.

Porto Sant’Elpidio, Psicologo e membro della PCN, esperto in minori e famiglie. Il mio progetto si chiama “Spazio Giovani” ed il mio lavoro consiste nel raccogliere ed accogliere i ragazzi della comunità, offrendo loro sostegno. Il trauma sembra essere sulla bocca di tutti noi esperti del PASS (Posto di Assistenza Socio-Sanitaria). L’incontro con la comunità me lo dirà. Nella mia valigia non manca la fiducia, quella che serve per sentirmi pronto ad incontrare, ascoltare e, quindi, provare a facilitare la crescita dell’altro, in un contesto ed in una condizione d’emergenza psico-sociale, come quella vissuta da questa comunità. Parto da qui, proprio dalla fiducia, concetto basilare del nostro approccio. “Niente limitazioni teoriche e di ruolo”, parafrasando Eugene Streich e con congruenza Rogers.

Arriva, quindi, il momento dell’incontro e  la prima riflessione si presenta alle porte: non esiste uno spazio messo a disposizione per i ragazzi. Dove e quando si incontrano? Si cammina per il villaggio, una struttura turistica sul mare d’inverno. La prima sensazione è che qui qualcosa sia crollato e non parlo solamente di edifici. L’inutilità dell’individuo riesco a sentirla, tanto viva quanto espressa, nei discorsi e nei volti delle persone che incontro passeggiando. I bambini si ritrovano al mattino per giocare in un vecchio bar del Camping. Non c’è scuola. Tutti sul trenino della fantasia, per raggiungere l’isola dei regali: un modo gioioso di accogliere i doni di altre comunità. Il senso di vergogna e il rifiuto di una condizione di vittima si esprime nel disagio nell’accettare questi giocattoli: E. non ha bisogno di nuovi giochi, “perché il mio Hulk è forte e sicuramente non si è rotto”, come ci tiene a condividere. Il trenino, però, rende il tutto più accogliente. Ad un tratto, nel personaggio della piccola vigilessa, F. di 6 anni ci ferma ed esclama: “Fermi tuttiiiiiii…di qui non si può passare! Cambiare binario! Il terremoto ha fatto crollare anche la strada!”. Ecco il vissuto ed ecco il trauma tanto chiacchierato.
Arrivano anche i ragazzi, in prima serata, e ci presentiamo. Pochi, distratti e non molto interessati. Sarà una conseguenza del sentirsi inutili in una quotidianità costretta? Non si sono scelti tra loro, non hanno scelto il Camping e non hanno scelto loro di vivere tutto questo, eppure sono costretti a starci, ormai da tre lunghi mesi. Alla mia domanda: “Come posso aiutarvi?”, loro rispondono: “Può farci avere uno spazio tutto nostro?”.

Iniziamo da qui. In fondo, anche il terapeuta inizia dal suo setting. A quanto pare, il principale obiettivo in questa comunità sarà costruire una nuova comunità, la loro. Partire da uno spazio per favorire l’incontro, al fine di facilitare la crescita, in cui la diversità, nel senso più profondo del termine, diventa, tra un pregiudizio e l’altro, collaborazione ed aiuto reciproco.
Alla perdita di una quotidianità, si aggiunge il senso di costrizione che i ragazzi provano nel ritrovarsi privi del potere personale, non solo verso sé stessi, ma anche nei confronti di noi esperti. Vengo accolto, infatti, con distanza e diffidenza. Capisco il perché da queste parole: “Noi siamo stanchi di sentirci usati da tutti, di usare la nostra condizione per pubblicità, trattandoci come “i Terremotati”. Qui a nessuno importa di noi ragazzi.”, dice G., di 16 anni, dall’aria esausto. Le mie intenzioni, per loro, potevano essere le stesse. Lo chiamo “sfruttamento della persona e della sua condizione”: il sentirsi privati del potere di scelta personale. La fiducia oscilla tra paure e delusioni. Va ricostruita tra noi, partendo dalla singola persona, dalla sua utilità alla comunità, al fine di costruire una nuova realtà sociale. La fiducia si diffonde, contagia tutti.

Rifletto sull’importanza della centralità della persona che in questo contesto, da queste parole, sembra essere stata smarrita. Facilitare l’altro nel raggiungere un suo obiettivo, provando a non offrirne uno. Ascoltare l’altro nel bisogno di sentirsi accettato come persona e non solo per la condizione che vive.
Dalla ricerca e richiesta dello “Spazio Giovani”, si arriva a condividere passioni, argomenti ed attività  da loro proposte. Ci mettiamo in cerchio. “Noi vorremmo parlare con te di sesso e alimentazione”, chiede C., “Noi vorremmo organizzare un torneo sportivo”, chiedono I., F. e L. Beh, facciamo questo! Un’ inutilizzata sala congressi della struttura ospitante diventa un piccolo spazio in cui nascono grandi obiettivi. Ero convinto che questo fosse solo un modo diverso per potersi incontrare, aprirsi all’esperienza e condividere i propri vissuti emotivi, anche quelli legati al sisma e alla paura di rientrare a casa. “Perché qui ci garantiscono che la casa è sicura, ma non che il terremoto sia finito”, si mormora tra i ragazzi, tra una partita e l’altra. Ci si confronta sul senso di responsabilità, sui limiti e i ruoli: turni di pulizia, turni dell’uso dello spazio, aperto anche ad anziani e genitori. Ognuno può dare un contributo, ognuno è utile.
La comunità nasce, si aiuta e cresce. Nascono nuovi progetti: dal laboratorio di decorazioni natalizie per i più piccoli, all’allestimento dell’albero natalizio per le mamme, al torneo di briscola, scopa e scala quaranta per i papà e i più grandi. Un gruppo di adolescenti si racconta in una trasmissione radiofonica, attraverso la passione per la lettura, mentre un altro condivide l’idea di scrivere il libro delle loro storie, disegnato con le proprie mani. Il passaparola arriva a F., studentessa di un corso per illustratori, che si unisce al gruppo. Viene creata una nuova Pagina Facebook per diffondere queste e future iniziative, che coinvolgono anche giovani di altre comunità vicine, per sentirsi “protagonisti che scelgono”.  Come dicono dallo “Spazio Giovani”:  “le case crollano, ma noi non crolleremo mai!”.

Quest’esperienza mi ha insegnato in che modo la fiducia nella persona può generare fiducia in una comunità che si costruisce man mano. Nella corsa al superamento del trauma, l’incontro ha facilitato l’acquisizione di maggiore sicurezza in sè, che ha così portato ad una maggiore condivisione. Il potere del singolo unito al potere, nella sua accezione terapeutica, del gruppo. Un’esperienza che è ancora, per me, fonte di crescita personale e professionale, tra una riflessione e l’altra, con nuove storie da incontrare e nuovi vissuti da condividere.

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Armando Desisto

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6 Responses to ACP-E: “Approccio Centrato sulla Persona in Emergenza”

  1. Alberto Dazzi scrive:

    Complimenti Armando! Lavoro anch’io nell’area della psicotraumatologia e della psicologia dell’emergenza e conosco l’importanza di interventi come il tuo dopo un trauma così potente come può essere il terremoto. Sono essenziali, queste esperienze, perchè permettono di favorire la rinascita di quello che più di ogni altra cosa si è rotto: la connessione tra le persone, che è la risorsa più potente per uscire dai traumi.
    Buon lavoro
    Alberto Dazzi (Parma)

  2. Daniela scrive:

    Ciao Armando,
    Che emozione leggerti! Ho avuto il piacere e l’onore di vederti partire, con entusiasmo, grinta, con il cuore e la mente aperti. Ipotizzavo sarebbero stati ingredienti preziosi per le persone che avresti incontrato, ma non così tanto! Sono felice che ti sia concesso questa esperienza e felice per chi ha potuto goderne.
    Ti abbraccio
    Daniela

  3. denise scrive:

    Ciao Armà,
    apprezziamo il tuo grande gesto nei nostri confronti, e ti ringraziamo per tutto ciò che hai fatto per noi, dal primo giorno a quando sei andato via.
    Grazie per aver sempre lottato per noi e per aver preso le nostre difese, anche a costo di andare contro qualcuno..

    Speriamo di rivederti presto

    Un abbraccio da tutti i ragazzi dello spazio giovani: Shipe, Laura, Marzia, Leo, Naim, Dilan, Fatijon, Mirsat, Daniel, Beca, Nunzia, Ida, Ciro, Denise etc…

  4. Rita scrive:

    Belle parole Armando. Grazie per questa tua profonda riflessione che hai condiviso. Grazie per il tuo entusiasmo. Il tuo articolo mi ha costretta a ricordare ogni giorno passato dentro al PASS 5 di Porto Sant’Elpidio. 100 giorni lì dentro….. Più di 12 ore al giorno. E ancora oggi li con la cara collega Dssa Sibilla Iacopini a coordinare, sostenere e progettare con tutti i volontari che, come te hanno prestato il loro impeccabile servizio in ascolto alla popolazione ospite nei centri di accoglienza, dopo le forti scosse che li hanno costretti alla fuga.
    Ricordo come se fosse oggi che al tuo arrivo già molto era stato creato per i giovani….., con i giovani era nato qull’importante spazio mentale chiamato Spazio Giovani. Già gli psicologi di APE PXP GUS prima ancora avevano dato voce a quello spazio. Con te si è ancora di più arricchito. Ognuno di voi ha portato dentro quello SPAZIO qualcosa di magico che lo ha fatto crescere sempre di più.
    Grazie per la tua bella riflessione.
    Grazie a tutti coloro che lo hanno reso possibile, grazie a chi ancora lo porta avanti.
    Grazie Rossella Lara Cyntia Pellegrino Marta Rosy Leonardo Alessandro Elisa Silvia Ascanio Mariateresa Andrea Anna Danilo Letizia Rita Armando Denise Ramona…. siete stati voi a creare insieme, nei giorni, nelle settimane…. LO SPAZIO GIOVANI

  5. Armando Desisto scrive:

    Grazie di cuore dei vostri commenti.

    Trovo più comodo rispondere in questo unico messaggio.

    Le vostre parole le sento vicine e sono per me un’occasione a ripensare all’esperienza vissuta.

    Trovo stimolanti le espressioni usate dal Dott. Dazzi: “l’esperienza essenziale” e “la connessione tra le persone come risorsa”. La ringrazio per questa sua condivisione e per il suo augurio.

    Un Grazie speciale va a te Daniela e alla tua vicinanza familiare: ad ogni mia partenza e ritorno.

    Sono, anche, commosso nel leggere Denise e i nomi dei ragazzi dello “Spazio Giovani”. Sorrido perché ogni nome scritto mi riporta all’incontro con la persona stessa e all’emozione provata in quel momento, che ancora oggi si fa sentire viva. Che bello Denise. Grazie.

    Ringrazio, inoltre, la Dott.sa Rita per aver contribuito a dar voce qui a tutte le persone, incontrate e non, che hanno reso possibile tutto questo, con la loro professionalità e passione: una “collaborazione essenziale”.

    Altre significative riflessioni sento nascere leggendo i vostri contributi. Servirebbe scriverne uno soltanto per il lavoro di rete fatto: ognuno con il suo stile e il suo approccio, proveniente da ogni lato dell’Italia e da numerose associazioni impegnate sul campo. Un gruppo eterogeneo di professionisti uniti verso la stessa direzione.

    Con sincera gratitudine vi saluto e vi abbraccio.

    E un buon lavoro questa volta va a voi, Denise, Rita e Sibilla, che ancora oggi, ogni giorno, sostenete questo progetto. Con il più sincero affetto abbracciate i ragazzi da parte mia. A presto.

  6. Alessandro scrive:

    Grande Armando!
    Un tuffo nelle emozioni di quei giorni e uno spunto per riflettere a debita distanza su quanto fatto e sull’approccio metodologico.
    È stato per noi un piacere averti in squadra con noi. Siamo stati felici di accoglierti da quasi sconosciuto nel gruppo Iqbal per poi vederti costruire in poco tempo relazioni e percorsi che ancora oggi vivono e aggregano. La ricchezza della protezione civile sta nel volontariato qualificato come dicono in tanti e a Porto S. Elpidio abbiamo dimostrato questo.
    La potenza di ciò che si è dato e ricevuto è stata tanto forte che ancora echeggia dentro ognuno di noi.
    Sono molto felice che il gruppo prociv-arci abbia creduto in te e ti abbia accolto. E sono convinto che costruiremo ancora molto insieme.
    Un pensiero va anche a tutte le persone che per mesi hanno lavorato sodo per sostenere ascoltare assistere e accogliere. Partendo dai gruppi di protezione civile e da chi quotidianamente c’è stato e si è battuto. Come la tenace squadra dell’Asur alla quale spesso va il mio pensiero.
    Quindi grazie ancora. È stato un piacere e un onore condividere questa esperienza con te.

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